Come ho fatto quando ho trattato il tema del sorriso, inizio a trattare questo delicato argomento nel rispetto compassionevole verso tutte le persone che purtroppo si trovano a vivere per vari motivi in situazione di dolore o sofferenza fisica ed emotiva. Vi prego di correggere o commentare, nel modo che ritenete opportuno, quanto sto per presentare, perchè il vostro apporto sarà di aiuto a presentare l'argomento nel modo più decoroso possibile. Grazie in anticipo.

foto di Alessandro Nutini

Il dolore fisico

Il dolore fisico è un segnale che il corpo manda per comunicarci che sussiste un problema proprio a quella parte del corpo dove sentiamo dolore.

 

Pensiamo al bruciore che ci avverte del pericolo quando avviciniamo la mano al fuoco: se non lo provassimo, ci ustioneremmo! Io ho una soglia del dolore molto alta, e soprattutto mi capita che, se sono concentrata in una attività, non sento il dolore. Tempo fa, ad esempio, ero tutta impegnata a montare una libreria e mi sono infilata nel ginocchio un perno di qualche centimetro, spesso alcuni millimetri, senza accorgermene. Allo stesso modo, avevo sette anni quando mi sono infilzata un braccino con il filo spinato senza accorgermene, arrampicandomi su un muretto. E' chi mi sta attorno che si allarma quando vede le conseguenze delle mie ferite!!!

Non sentire dolore è quindi molto pericoloso. Il dolore è un prezioso avvertimento.

 

Non siamo nati per soffrire. Questo ha motivato lo sviluppo della branca farmaceutica degli antidolorifici.  Siamo grati alla scienza farmaceutica, che ha permesso di condurre una vita più umana lì dove la causa del dolore purtroppo non sia curabile (malattie incurabili appunto), oppure ove il dolore non sia tollerato, oppure non sia sopportabile. Possono venirci in aiuto anche medicinali antiinfiammatori, sempre che l'infiammazione non nasconda a sua volta un problema di natura differente dall'infiammazione stessa.

Non comprendo invece chi si avvelena facendo uso scriteriato dei medicinali: un comportamento che a lungo andare può anche avere conseguenze piuttosto gravi, e non solo di intossicazioneEliminando il dolore sentiamo infatti di star meglio, ma la causa del dolore rimarrà latente e il dolore probabilmente si ripresenterà quando svanirà l'effetto del farmaco, inducendoci all'assunzione di altri farmaci. Ragioniamo sul fatto che il dolore non è uno stadio finale ma un segnale di cui tenere conto per eliminare il problema fisico che ne è la causa: ciò che dovremmo fare resta, ove possibile, l'eliminazione della causa del dolore. Quando l'avremo eliminata, potremo verificare che in breve tempo  non avvertiremo più dolore, perchè il nostro corpo non avrà più motivo di mandarci il segnale del dolore.

 

La pratica esperienziale degli asana yoga porta a misurarsi continuamente faccia a faccia con il tenue dolore causato della tensione alle articolazioni sottoposte ad estensione. Se opporrai resistenza al dolore, tu ti accorgerai che eseguirai gli asana in modo scomposto ed al di sotto delle tue capacità di estensione. Lo yoga insegna dunque gradualmente a non opporre resistenza al dolore.  La corretta esecuzione degli asana yoga richiede serenità nella accettazione, convivenza ed elaborazione del dolore come manifestazione fisica su cui lavorare per migliorare lo stato generale della salute fisica. Mentre percepiamo la tensione elastica, manteniamo una respirazione calma, profonda e regolare, non contraiamo il viso, non tratteniamo il respiro: il dolore ci sta segnalando un limite che dobbiamo superare per migliorare la salute della nostra muscolatura e delle nostre articolazioni. Questo atteggiamento mentale viene trasferito poi beneficamente dai praticanti yoga nell'affrontare le problematiche esistenziali quotidiane, perchè nello yoga la relazione tra corpo anima e spirito è inscindibile (per una trattazione più ampia, ti invito a seguire il link alla pagina di questo sito LA FONTE-YOGA).

 

Lo stesso tipo di approccio è suggerito dalle levatrici e dalle ostetriche quando preparano le donne al parto. Le ostetriche insegnano alle partorienti ad usare il dolore, attivandosi per spingere fuori dalla pancia i nascituri esattamente nel momento in cui viene percepito più intenso il dolore delle contrazioni, per partorire più in fretta e non mettere in crisi la vita del bambino, collaborando invece con lui nel farlo venire alla luce. Chi vorrà, potrà approfondire i risvolti psicologici positivi che alcuni studi attribuiscono a questa interazione tra il bambino e la madre al momento della nascita.

 

 

 

foto di Alessandro Nutini

Quando è l'Anima che soffre e prova dolore...

Dal punto di vista emozionale, la Chiesa Cattolica assegna un valore eticamente fondamentale alla percezione del dolore (nella preghiera del perdono, recitiamo "mi dolgo"): dolersi vuol dire aver maturato la consapevolezza di una problematica comportamentale, e farlo dà lo slancio necessario a superarla.

Nel momento in cui io faccio resistenza al dolore o lo subisco con impotenza, si presenta l'amplificazione emotiva del dolore chiamato sofferenza.

Dal punto di vista esperienziale umano, nella situazione di sofferenza emotiva, tristezza o infelicità lo spirito di sopravvivenza dell'Uomo lo spinge ad attingere alle sue riserve di energia mentale per trovare la Felicità.

Se questo non avviene in modo autonomo, è utile ricorrere alle persone amiche che ti conoscono e per questo sanno darti amore nel modo in cui tu ne hai bisogno. Se devi farlo da solo, ci sono due grandi Fonti di Felicità e benessere: la Fede e la Cura di sè.

Per approfondire questi temi, rimando ai relativi capitoli della pagina di questo sito chiamata LA FONTE.

 

 

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