Com'è bello/Come da gioia/ che i fratelli stiano insieme (Salmo 132)

Condividere in modo empatico le reciproche esperienze è sicuramente una delle gioie della vita, perchè siamo animali sociali, non siamo fatti per vivere isolati. Qualcuno ha talmente forte questa esigenza che ne fa addirittura tema dominante della propria professione (uno a caso, io😀).

 

foto di Alessandro Nutini - Argine

AVANTI UN ALTRO!

(personale, ironica rielaborazione del metodo dell'ASCOLTO ATTIVO avviato da Marianella Sclavi)

 

No, non intendo il successivo!

Parlo delle persone che ci stanno accanto.

 

Alcune occasioni di confronto possono regalarci sensazioni negative. Quando questo avviene con quelle persone dalle quali non possiamo prendere le distanze, avvertiamo la sensazione di impotenza che può generare rabbia.

 

D'altra parte il nostro modo di essere, che è singolare, non è detto che sia apprezzato da tutti; probabilmente non sarà apprezzato da chi è profondamente diverso da noi, da chi prova invidia, gelosia, pregiudizio.

 

E SE mettersi in relazione con una persona che la pensa in modo differente da noi non avesse come obiettivo dimostrare l'attendibilità delle proprie ragioni, ma diventasse l'opportunità di vagliare nuovi punti di vista, esplorare nuove prospettive, abbattere certezze? Il metodo dell' ASCOLTO ATTIVO del gruppo di lavoro di Marianella Sclavi (https://www.ascoltoattivo.net) fornisce gli strumenti per trasformare un conflitto in un processo di progettazione di soluzioni partecipate e creative.

 

Nel dialogo, il pensiero delle parti viene offerto come terreno di riflessione.

Quando non si possiedono i mezzi per capire determinati argomenti, occorre addirittura  fermarsi e chiedere aiuto per poter comprendere: così si stimola la crescita morale.

D'altro canto è inutile iniziare un discorso quando siamo convinti di possedere già la verità. Quando i discorsi vengono fraintesi perchè si presume di conoscere i concetti che verranno espressi prima ancora che lo siano -il pre-giudizio, appunto-,  il dialogo diventa una perdita di tempo.

 

Non commettiamo però l'errore di dare agli altri la colpa del nostro malessere: tutto dipende da come noi gestiamo il rapporto con il prossimo.

 

Possiamo valutare -con un po' di ironia -alcune strade per migliorare questa gestione:

 

- La buona educazione ed il rispetto verso il prossimo: ci permettono di convivere con gli altri in un modo limitatamente empatico con loro,  ma civile.

Vivi e lascia vivere? Diplomazia? Ognuno battezzi questa soluzione con il nome che più gli piace.

 

- Reagire invece a queste situazioni con un atteggiamento di giocosa sfida sarà senz'altro più divertente e stimolante , ma anche più impegnativo 🤪: sconsiglio  questa seconda strada alle persone che non hanno uno spirito incline all'ironia 🙃.

 

- Qualcuno sceglie di di adottare una strategia militare: disorientare chi è ostile mostrandogli il più empatico dei volti,  per poi agire in modo indisturbato. Non è male come scelta, care le mie volpi! D'altro canto il fine è sacrosanto: quello di difendere la propria libertà, preservare il proprio entusiasmo contro chi di fatto lo abbatte perchè vuole cambiare il modo di essere degli altri. Sun Tzu aiutaci tu!

 

Le 7 regole dell’Arte di Ascoltare di Marianella Sclavi

(elaborazione personale degli assunti di Marianella Sclavi sull'Ascolto Attivo)

 

 1 Tirare le fila di un confronto verbale è la parte meno importante di un dialogo. Quindi, non avere fretta di arrivare alle conclusioni.

 

2 Cambiare punto di vista ti aiuterà a capire qual è la tua vera posizione rispetto ad un tema specifico.

 

3 Per capire come la pensa davvero chi sta davanti a te, devi assumere che sia lui ad avere ragione.

 

4 Le emozioni che provi quando ascolti qualcuno sono lo specchio del tuo vissuto in relazione all'argomento che stai ascoltando.

 

5 Quando ascoltando avverti fastidio, irritazione, dissenso, proprio quello è il momento di cogliere nuovi scenari.

 

6 La valutazione, generata dall'ascolto attento di quanto ci provochi dissenso, getta le basi di una progettazione creativa di soluzioni (paradosso del pensiero e della comunicazione)

 

7 L'umorismo è un grande facilitatore nell'ascolto attivo, ma è di per sè una competenza di chi sa ascoltare...

Foto di Nicola Romolo Bellanova

Il CONFLITTO, la rabbia, il giudizio: superarli con l'aiuto del distacco emotivo.

(elaborazione personale delle riflessioni sul tema da parte di Ludovica Scarpa, docente dell’Università Iuav di Venezia,  www.ludovicascarpa.it)

Ciascuno di noi si identifica con l'interpretazione che dà a come gira il mondo.

Per dare un senso e un orientamento all’esistenza, abbiamo bisogno di attribuire significati alle questioni della vita. Quando con alcuni di essi ci identifichiamo (autoreferenzialità dell'essere umano), andiamo in conflitto con chi a quelle questioni assegna altri significati, con chi si aggrappa ad altre certezze. Per evitare il conflitto dobbiamo osservare quel che accade in modo distaccato, sospendendo la tendenza a dare un’immediata valutazione a tutto ciò che percepiamo, compresi i nostro stessi pensieri.

Nel campo della comunicazione interpersonale è la precondizione per la “metacomunicazione“, con la quale parliamo, senza dare giudizi, delle assunzioni, dei dubbi, delle paure, delle intenzioni, dei bisogni dietro alle parole. Come fa l’antropologo, che osserva sospendendo il giudizio per definizione, per poter comprendere usi e convinzioni di altre culture,  possiamo allenare lo “sguardo etnografico“ nella realtà di tutti i giorni e coltivare uno stato mentale descrittivo, distaccato, equanime, non giudicante. La mente che produce significati sta infatti tra noi e il mondo, come uno snodo che si può muovere, grazie alla nostra libertà interpretativa, in qualsiasi direzione, e realizza il nostro modo di vederlo e di vivere nel mondo, focalizzandosi su questo o su quello, dando importanza e togliendone, ponendo quel che percepiamo in cornici di riferimento fatte di aspettative intorno a ciò che riteniamo “normale“. 

Un conflitto tra ideologie e opposte credenze è violento proprio perchè ognuno si identifica con le proprie, e le “sente“ necessarie alla sopravvivenza del proprio “io“ identificato con quelle credenze e non altre. Per cui i conflitti tra ideologie sono caratterizzati dal disprezzo verso chi non condivide le “proprie“: questo disprezzo identitario toglie la libertà di esistere liberi dai concetti. Osservare la mente senza identificarcisi (il distacco emotivo appunto) è la via per lasciar andare la tendenza ad aggrapparci ad idee, soprattutto di come dovrebbero essere cose e persone, il nostro attaccamento alle nostre consolanti convinzioni. Inoltre, la mente che si aggrappa ai propri desideri e preferenze, in sottile conflitto col mondo che è come è, produce sofferenza. Nella categoria dei desideri sono compresi i progetti, gli scopi, le preferenze, ma anche le preferenze-in-negativo, e cioè le lamentazioni, le critiche, tutto ciò che forza il mondo di quel che è-come-è, contrapponendovisi con una immagine mentale alternativa: con le nostre idee di come la realtà dovrebbe essere. Noi umani, in quanto esseri desideranti, viviamo intrinsecamente in resistenza continua al mondo. 

Certo, la calma dell’accettazione non è facile da sopportare: siamo inquieti, abbiamo scopi e desideri, e svariati bisogni, compreso quello di "giocare", sentirci importanti, di impegnarci in attività che ci diano soddisfazione, per cui una vita contemplativa è di difficile realizzazione. Per questo, anche se pare assurdo, preferiamo spesso interazioni che hanno come esito emozioni negative piuttosto che il nulla:  una vita piena di conflitti è comunque per molti una vita piena, in cui si sentono ingombranti nella vita degli altri, come antagonisti o all'opposto ad esempio come vittime di ingiustizie.

La chiave per de-condizionarci: dare con semplicità e accettazione tutta la nostra attenzione a quel che percepiamo, situazione o emozione, senza esprimere giudizi, senza parteggiare, senza essere d’accordo o meno, senza razionalizzazioni: stare con ciò che è come è, contattare le proprie emozioni. L’insegnante che sente frustrazione in classe può ad esempio fermarsi ad osservare il suo stesso sentire. Esprimere in modo descrittivo quel che sente, se si fida degli alunni, e se non si fida: accorgersene. Notare come la tensione provenga dalle sue stesse assunzioni nei loro riguardi. Si può chiedere: “Che cosa, in me, mi porta a sentire avversione verso questa situazione? Di che cosa ho bisogno? Davvero “devo“ dimostrare di essere una brava insegnante? E quali sono le mie convinzioni rispetto ad essa?“ Con-sapevolezza e co-scienza.

L'importanza delle parole: Usando verbi e non concetti astratti la nostra esperienza cambia, subito: mi sento in modo diverso se invece di dire “ho bisogno di amore“, traduco con “sento il bisogno di amare“. Marshall Rosenberg parla del nostro modo implicitamente violento di esprimerci, come nel dire “mi sento incompreso“. Non ci accorgiamo che così stiamo accusando l’altro di non comprenderci, mentre la nostra sensazione di delusione ha a che fare con la nostra aspettativa: mi devi comprendere! Un’aspettativa che ha a che fare con noi stessi e le nostre pretese verso il mondo, mai con l’altro. Una traduzione nonviolenta potrebbe essere: “sono triste; speravo che tu mi comprendessi, e mi pare che non sia così“. Si tratta di esprimere in modo autentico la nostra verità “al microscopio“ (Hendricks, 1992), senza incolpare l’altro dei nostri stati mentali, che hanno a che fare coi significati che noi diamo, non con i comportamenti degli altri. Non mi arrabbio perché tu fai x, ma per il significato y che io assegno a quel che ti vedo fare, dato che ho altre preferenze e aspettative. Il condizionamento a “dare la colpa“ e a parlar male di altri è una risposta automatica al bisogno umano di attribuzione di senso, un gioco sociale pericoloso se fra i nostri scopi vi è quello di vivere serenamente. Ognuno è mosso dalle proprie intenzioni, buone dal proprio punto di vista, e cercherà di far del proprio meglio per stare bene, a suo modo. Ma non si “sentono“ in diretta le buone intenzioni altrui: ognuno giudica gli altri soppesando i loro comportamenti, assegnando loro significati e reagendo a questi ultimi. Nelle parole del Buddha: “E’ la tua mente che crea questo mondo”.

Tirando le somme, non tutto il male viene per nuocere...

Non si matura molto prestando la nostra attenzione solamente ai discorsi di chi vede le cose come le vediamo noi. Anche ciò che è palesemente errato può far maturare in noi conclusioni importanti. Si tratta comunque di un punto di vista differente rispetto al nostro: questo è estremamente prezioso perchè da soli probabilmente non riusciremmo ad approdare a quelle conclusioni.